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	<title>admin, Autore presso PSICOTERAPEUTA ANTINORI MARIA GRAZIA</title>
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		<title>L&#8217;attacco di panico, come la paura può arrivare a paralizzare</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 17:37:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’attacco di panico La descrizione di un attacco di panico da parte di  pazienti di ogni età, segue un modello costante: “Mi sento morire…mi manca l’aria…il cuore mi batte all’impazzata…ho paura di perdere il controllo…chi non l’ha provato non può capire quanto soffro”. L’attacco di panico è in realtà “la paura di aver paura”, la paura [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>L’attacco di panico </strong></h4>
<p>La descrizione di un attacco di panico da parte di  pazienti di ogni età, segue un modello costante: “Mi sento morire…mi manca l’aria…il cuore mi batte all’impazzata…ho paura di perdere il controllo…chi non l’ha provato non può capire quanto soffro”. L’attacco di panico è in realtà “la paura di aver paura”, la paura di morire, la paura di impazzire.<strong><img decoding="async" loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-1172" src="http://www.arpit.it/wp-content/uploads/lattacco-di-panico.png" alt="l'attacco di panico" width="264" height="191" /></strong></p>
<p>Chi ne soffre tende ad associare e a spiegare il panico con il luogo e le condizioni in cui questo si verifica: “Ero in macchina, da allora ho paura di guidare…Ho bevuto un bicchiere di acqua fredda, pensavo si fosse bloccata la digestione ma in realtà non avevo nulla, da allora solo acqua tiepida anche se ogni volta che bevo mi sale l’ansia”.</p>
<h4>Come si manifesta l’attacco di panico</h4>
<p>L’attacco di panico si manifesta in condizioni  e modalità molto diverse tra loro, anche se spesso si  scatena quando la persona si sente costretta in una certa situazione, come un mezzo di trasporto, o  chiusa in un luogo che sembra senza via di fuga, come il cinema, un ingorgo stradale o, al contrario, si trova in  un  ambiente troppo aperto ed esposto in cui perde i punti di riferimento.</p>
<p>Per il paziente l’associazione tra l’attacco di panico e il luogo o la circostanza in cui questo si manifesta, diventa un legame quasi magico. Infatti, evitando il luogo o la situazione in cui il malessere si è verificato per la prima volta,  la persona cerca di controllare e di allontanare la paura della paura: “ Se rinuncio a guidare non mi sentirò male, se eviterò il cinema non proverò ansia”.</p>
<p>L’attacco di panico ha una dinamica molto simile a quella della superstizione, come quando si attribuisce un’influenza negativa ad un numero, ad un colore o un particolare evento. Il vantaggio della superstizione, come per l’attacco di panico è che  evitando le situazioni caricate di negatività, si ha l’illusione di allontanare la sfortuna e quindi  di mantenere il controllo magico  degli eventi.</p>
<h4>La difesa fobica come problema</h4>
<p>La difesa fobica al principio sembra funzionare in quanto la persona vive l’illusione di superare il problema evitando solo alcune definite situazioni, luoghi o eventi. Purtroppo l’iniziale sollievo ha breve durata, infatti  progressivamente aumentano le situazioni “pericolose” fino a limitare in maniera significativa la vita della persona che può, in alcuni casi, arrivare a chiudersi in casa al limite dell’isolamento sociale.</p>
<p>La paura di avere paura restringe il raggio d’azione fino ai minimi termini e, anche se la persona si costringe ad uscire, a  lavorare, o magari affrontare un viaggio, tutto è vissuto con grande fatica ed angoscia rovinando la quotidianità.</p>
<p>Apparentemente il paziente si concede le azioni comuni come partecipare ad una riunione di lavoro o guardare un film, ma in realtà è immerso in un proprio mondo parallelo che solo lui conosce in cui si ripete mentalmente una serie di “mantra negativi” del tipo: “ Mi sento male, ho paura, mi scoppia il cuore, mi verrà un infarto, dov’è l’ospedale più vicino? Chi mi può aiutare?”.</p>
<h4>Il controllo dell’ansia</h4>
<p>Se riesce a contenere l’ansia, la persona, pur stando male, cerca di nascondere la sua condizione che vive spesso con vergogna. Se l’angoscia lo prende alla gola, allora il mostro chiamato “paura di aver paura” lo costringe a lasciare la sala cinematografica o la riunione di lavoro.</p>
<p>Anche se la persona in preda a questo tipo di angoscia partecipa alla situazione esterna, in realtà ne è separato da una sorta di vetro trasparente su cui scivolano le emozioni e le sensazioni, come gocce d’acqua su una superficie impermeabile. Il paziente non ascolta veramente, non vede ciò che guarda, non gli arriva il calore o la vivacità affettiva, è profondamente solo, completamente isolato anche se circondato da persone affettuose.</p>
<p>Lo stato d’angoscia panica è riconoscibile dall’espressione del viso  e dalla postura del corpo, l’aspetto di una persona in preda all’angoscia senza nome è proprio quello di qualcuno che è attanagliato da potenti artigli alla gola e si sente morire, impazzire, andare in pezzi. E’ una sensazione tremenda ma anche innocua, è proprio questo il paradosso: non c’è nessun pericolo concreto, il paziente non morirà e non sarà aggredito da nessun mostro verde con gli artigli affilati, ma lo stesso si sente in un pericolo mortale, soffre essenzialmente dei propri pensieri e  fantasie, il suo malessere non dipende da circostanze o da eventi esterni, ma  solo dalla propria ideazione e fantasticheria. I pensieri senza pensatore, come direbbe lo psicanalista Bion, si aggirano intorno alla persona che ignora se stessa e si trasformano in sensazione fisiche, in pericoli straordinari.</p>
<h4>Il distacco emotivo</h4>
<p>Raccogliendo la storia dei pazienti che soffrono di attacchi di panico o di crisi acuta d’ansia è tipico che descrivano eventi, esperienze difficili e traumatiche della loro vita con assoluto distacco, come se non li riguardassero e spesso non riescono ad associare la situazione emotiva con l’attacco di panico: “Io ho sempre guidato, mi piace guidare, non avevo nessun pensiero”. E’ proprio l’assenza del pensiero che scatena l’attacco di panico, il poter riconoscere l’emozione disturbante può diventare la chiave per liberarsi  dalla paura di aver paura.</p>
<p>Come il bambino che ha paura del buio, disteso nel suo lettino e vede allungarsi le ombre dei mobili della sua stanza e dei suoi stessi giocattoli, egli ha molta paura ma è sufficiente la voce della mamma per tranquillizzarlo. La luce accanto al letto può illuminare i mostri nascosti. Anche il mostro verde della paura di aver paura può scomparire facendo luce, una luce che scalda, consola e che accoglie il bambino spaventato  nascosto nell’adulto. E’ la pretesa di controllare tutto, l’illusione di essere “duro e forte”, ossia senza emozioni, ad allontanare il dialogo interno con il bambino che è in ognuno di noi, è questo bambino che rischia di sentirsi sempre più solo e disperato.</p>
<h4>Il mondo di chi soffre di panico</h4>
<p>Chi soffre di attacchi di panico vive in un mondo fobico pieno di divieti, obblighi, percorsi già fissati, abitudini rigide e immutabili  che vengono però vissuti come rassicuranti e necessari. Non si può fare a meno della prigione protettiva ma questa, alla lunga, diventa intollerabile soprattutto con il tempo che passa che lascia inalterata la paralisi dell ‘affettività. Il conflitto non viene esplicitato con le parole ma vissuto sul piano somatico con l’attacco di panico. Per liberarsi dal circolo vizioso della paura di aver paura, è necessario prima abbassare ogni luce, fare buio, abituarsi al chiaroscuro, dare un nome alle ombre, avvicinare le paure innominabili, dargli una forma, un oggetto, un luogo di incontro. Esplorare un paesaggio sconosciuto, un bosco buio dove ritrovare il bambino perduto con l’aiuto dello psicoterapeuta che pensa i pensieri, le emozioni e le sensazioni, traducendole ed offrendole al paziente spaventato.</p>
<p>Chi vive il panico tende a percepire il mondo interno come concreto, il pensiero è spesso troppo semplice e lineare e ripetitivo, ciò che si vede con gli occhi sembra essere l’unica realtà. Le parole rappresentano il ponte che può riavvicinare la persona alle sue emozioni e sensazioni, la psicoterapia psicodinamica è la strada per ritrovare un senso alla paura, ridefinire i confini e dare valore evolutivo alla crisi.</p>
<h4>La psicoterapia psicodinamica</h4>
<p><strong> </strong>La psicoterapia psicodinamica è un contenitore ideale che accoglie pienamente le necessità di questo tipo di pazienti che a prescindere dai sintomi, hanno bisogno di essere riconosciuti, visti e valorizzati.  Si tratta di persone che non sono in grado di ascoltarsi e di dare valore alla propria persona e quindi svuotano la parola, il linguaggio del suo significato emotivo e relazionale.</p>
<p>Una delle sfide maggiori che la coppia paziente-terapeuta deve affrontare è proprio quella di condividere un linguaggio comune che abbia un valore emotivo e che quindi  riconosca il contributo di entrambi. Si può usare la parola in tanti modi difensivi fino a  svuotarla di ogni valore affettivo e relazionale trasformandola in un contenitore vuoto e sterile.</p>
<h4>Affrontare la paura dell’altro</h4>
<p>Le persone che soffrono di ansia pervasiva, di attacchi di panico sono profondamente spaventate dalle proprie emozioni soprattutto quelle provate nella relazione con l’altro e quindi portano la loro paura ed ambivalenza anche nella stanza d’analisi. Si sentono sole, in pericolo, vorrebbero trovare conforto ed aiuto ma per farlo devono affrontare la paura dell’altro, il pericolo di essere ancora una volta ferite e deluse.</p>
<p>Tutto questo rende difficile ad una persona con questo tipo di sintomi, rivolgersi ad uno psicoterapeuta il quale deve essere particolarmente attento e sensibile a garantire accoglienza e sicurezza fin dai primi colloqui.</p>
<p>Quando un paziente di questo tipo riesce a trovare il coraggio di rivolgersi ad uno psicoterapeuta, è molto importante che l’analista cerchi di trovare la strada per accoglierlo senza spaventarlo. Offrire  un contenitore sicuro ma non costrittivo,  dare il tempo ed il modo di poter accedere finalmente ad una relazione affettiva sana e significativa. Alimentare  la speranza di poter accedere ad un modo animato e vivo.</p>
<p>www.psicoterapeuta-antinori.it</p>
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		<title>L&#8217;amore difficile, la sindrome delle principesse tristi</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Oct 2019 16:36:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; L’amore difficile Nella pratica clinica si incontrano spesso giovani donne che hanno un amore difficile ed ambivalente. Sono ragazze che pur avendo occasionali relazioni con l’altro sesso, non riescono a concedersi la possibilità di un incontro importante o che allontano nel tempo l’esperienza sessuale. Spesso sono graziose e curate, lavorano o studiano, giustificano la mancanza [&#8230;]</p>
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<h3 class="uk-article" data-permalink="https://www.arpit.it/l-amore-difficile/">L’amore difficile</h3>
<article class="uk-article" data-permalink="https://www.arpit.it/l-amore-difficile/">
<div>Nella pratica clinica si incontrano spesso giovani donne che hanno un amore difficile ed ambivalente. Sono ragazze che pur avendo occasionali relazioni con l’altro sesso, non riescono a concedersi la possibilità di un incontro importante o che allontano nel tempo l’esperienza sessuale. Spesso sono graziose e curate, lavorano o studiano, giustificano la mancanza di esperienze amorose raccontando di situazioni deludenti, spesso  storie adolescenziali dove è mancato il tempo di conoscere l’altro. Queste donne lamentano di non incontrare partner interessanti, gli uomini sembrano misteriosamente scomparsi.</div>
<div></div>
<div>Sognano una storia romantica, un incontro folgorante e struggente con un lui seducente ed accogliente, un amore totale, perfetto, gratuito ed immediato. Esattamente quello che immaginano essere  l’esperienza di tutte le altre donne, quelle fortunate che si fidanzano e si sposano. A questo ideale amoroso, si contrappone un atteggiamento di diffidenza e di ritiro dalle relazioni e soprattutto una profonda paura per il proprio desiderio o attrazione verso un uomo. La sessualità è vissuta come qualcosa che non le riguarda, che le sfiora appena.</div>
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<div>La diffidenza si esprime anche con l’atteggiamento del corpo, con una rigidità muscolare che sembra mantenere una corazza che nasconde l’emozione. Se un lui sconosciuto mostra un interesse verso la triste-solitaria, questa immediatamente attiva una barriera emotiva e spesso anche corporea, per arginare la propria eccitazione vissuta come pericolosa. L’emozione è anestetizzata con ogni mezzo, compresa la fuga o l’allontanamento dell’uomo.</div>
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<div>Apparentemente opposto è il comportamento di quelle donne che ricercano attivamente incontri sessuali, ma che si ritirano al primo accenno di coinvolgimento emotivo. Spesso il lui in questione è già impegnato, magari più giovane o straniero o in procinto di allontanarsi. Anche moltiplicando gli incontri sessuali, questi non lasciano tracce, la principessa resta sola e incompresa dimenticata dal principe ideale. Se l’attesa si protrae nel tempo, aumenta l’infelicità ed il sentimento di sconfitta e di amarezza profonda, questo a prescindere dal successo professionale e personale in altri campi.</div>
<div>Queste donne sono accomunate da  una severa difesa alla possibilità di un rapporto affettivo ed emotivo con l’altro sesso, il paradosso  è che la cosa che desiderano di più è anche quella che le spaventa. L’assenza del rapporto con l’uomo, è avvertita come la causa ultima dell’insoddisfazione e del senso di vuoto, ma la realizzazione e di un incontro è evitata con ogni mezzo ed agito.</div>
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<h3>Ostacoli interiori</h3>
<div>Uno stereotipo comune tra le donne che non riescono ad incontrare il partner ideale è la ricerca del “bel tenebroso”, ossia di un uomo sfuggente, concentrato su di se e i propri interessi, propenso ad una storia sessuale. Il paradosso è che se “il bel tenebroso” si lascia avvicinare sul piano affettivo, viene immediatamente degradato a semplice uomo perdendo gran parte del fascino ed attrattiva.</div>
<div>Un altro comportamento tipico delle principesse-tristi, è quello di svalutare gli uomini che le corteggiano, questi non sembrano mai abbastanza interessanti o attraenti. La svalutazione dell’uomo sembra collegata all’idea che queste donne hanno di sé stesse, ossia non reputandosi abbastanza principesse da poter interessare un vero uomo, considerano ogni maschio che le corteggia come poco appetibile.</div>
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<div>La principessa-triste è prigioniera di una fitta ragnatela, apparentemente senza via di uscita, di cui è lei stessa la principale artefice e vittima. E’ proprio il comportamento di queste donne-tristi, piuttosto che le reali condizioni esterne, ad ostacolarle nella realizzazione del loro più grande desiderio consapevole. Il comportamento appare contraddittorio rispetto ai desideri, è evidente una scissione che le imprigiona nella ripetizione coatta di modalità disfunzionali.</div>
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<div>Per gli uomini e le donne la base su cui si fonde la qualità delle interazioni amorose ed erotiche è strettamente legata alla prima infanzia, in particolare al rapporto con la madre e come questa permette al padre di avvicinarsi al figlio. Questa origine antica, è spesso disconosciuta ed apertamente negata se confrontata con l’esperienza delle persone impegnate in difficili rapporti affettivi.</div>
<div>Freud dalla fine dell‘800, ha aperto la strada alla scoperta dell’inconscio, all’interpretazione dei sogni, al riconoscimento della sessualità e del complesso edipico come fondanti dello sviluppo umano.</div>
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<h3>Da Freud a Racamier e Kernberg</h3>
<div>Dopo Freud, moltissimi autori hanno studiato e approfondito questi temi ma la sua grande e straordinaria eredità, ossia la scoperta del relativismo della ragione a favore della predominanza dell’inconscio, viene  ancora oggi accolta  come qualcosa che non riguarda direttamente ognuno di noi ma al massimo qualcun‘altro, sospettato di diversità.</div>
<div> Sembra esserci una sorta di massiccia negazione collettiva delle interpretazioni che riportano alla complessità della psiche. Le principesse-tristi non fanno eccezione a questo clima culturale, non sono libere di vivere la sessualità e l’affettività anche se immaginano che la loro sia una storia unica, legata ad eventi casuali.</div>
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<div>La capacità d’amare e di vivere una sessualità appagante, sono funzioni elevate e complesse che richiedono l’accesso ad una relazione intima con un oggetto differenziato, integrato, totale. Bisogna che la persona sia in grado di riconoscere l’esistenza dell’altro separato da sé e che viva, senza troppa colpa edipica, la sessualità e l’appagamento erotico.</div>
<div>Queste capacità si fondano  nelle prime fasi evolutive edipiche e preedipiche. Il primo passaggio è il processo del lutto originario descritto dallo psicanalista  Racamier, verso le figure genitoriali della prima infanzia, separazione essenziale per il riconoscimento di un oggetto intero e separato e per la stessa formazione del Sé, ossia di ciò che riconosciamo essere noi stessi.</div>
<div>Come scrive Kemberg in “Relazioni d’ amore”, l’ amore sessuale maturo è una disposizione emotiva complessa che coinvolge molteplici fattori. L’eccitazione sessuale generica per l’altro sesso, si trasforma in desiderio erotico diretto ad una persona speciale. L’identificazione con l’altro permette all’uomo e alla donna, di essere empatici pur riconoscendo la differenza sessuale e mantenendo  identità distinte. La formazione di una coppia presuppone che venga raggiunta una idealizzazione matura dell’altro ossia che questo venga percepito in maniera sufficientemente reale, condividendone il sistema dei valori.</div>
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<div>E’ inoltre importante la tenerezza, ossia la capacità di prendersi cura  che deriva dall’integrazione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto, investite dalla libido.</div>
<div>Anche l’aggressività ha un ruolo decisivo, in quanto per poter vivere con pienezza la passione erotica è necessario che la pulsione aggressiva sia integrata e tollerata nel giusto grado di ambivalenza. La fusione dell’ amore e dell’odio, mantiene uno stato di eccitazione e di differenziazione nella coppia.</div>
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<h3>L’amore sessuale</h3>
<div>La passione sessuale, per sua stessa natura, consiste nel superamento dei confini del Sé, il suo culmine è l’esperienza biologica dell’orgasmo che per essere vissuta pienamente, richiede un temporaneo abbandono dei confini del Sé.</div>
<div>La passione sessuale riattiva stati emotivi arcaici, presuppone la capacità di provare,senza esserne travolti, una costante empatica con uno stato primitivo di fusione simbiotica e la gratificazione dei desideri edipici mantenendo, allo stesso tempo, la differenziazione tra Sé e l’oggetto.</div>
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<div>Vivere l’ amore sessuale ci fa sentire profondamente soddisfatti ed in pace con il mondo ma  si fonda su  un importante paradosso: per amare un’altra persona è necessario un Sé ben definito e con confini certi, il riconoscimento della separatezza dall’altro fino al sentimento di solitudine, dall’altra parte amare richiede tendere  alla trascendenza, alla fusione sentimentale ed erotica con l’altro, fino ad  annullare ogni solitudine.</div>
<div>“Rimanere all’interno dei confini del proprio Sé pur trascendendoli nell’identificazione con l’oggetto amato è una eccitante, emozionante ma anche dolorosa, condizione dell’ amore. Il poeta messicano Octavio Paz ha reso quest’aspetto dell’ amore con una concisione impressionante: l’ amore è il punto di intersezione tra desiderio e realtà…La natura contraddittoria dell’amore sta nel fatto che il desiderio mira a soddisfarsi tramite la distruzione dell’oggetto desiderato e l’amore scopre che quell’oggetto è indistruttibile e non può essere sostituito” (Kemberg,1995)</div>
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<div>Osservazioni dell’attività cerebrale durante l’orgasmo maschile e femminile, sembrano coerenti con questa linea di pensiero. Come riportato nel 2003 sul Journale of Neuroscience, il team del neuroscienziano Gert Holstege ha evidenziato che durante l’orgasmo si ha  una sensibile riduzione dell’attività cerebrale per entrambi i sessi, anche se più marcata per le donne. La limitazione dell’attività cerebrale corrisponde ad una significativa limitazione delle funzioni di vigilanza e di giudizio, uno stato che favorisce la possibilità di vivere una sensazione fusionale e di abbandono.</div>
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<h3>Idealizzazione patologica</h3>
<div>Non sempre è facile o possibile vivere l’ amore sessuale maturo che di per sé è una condizione fragile ed instabile che richiede continui aggiustamenti e cambiamenti durante le diverse fasi della vita.</div>
<div>Vi sono anche delle specifiche patologie di personalità  che secondo Kemberg, interferiscono con la possibilità di vivere l’ amore maturo, ossia la personalità borderline e l’isteria .</div>
<div>La forma più severa riguarda personalità borderline con importanti tendenze all’autodistruttività, l’antisocialità o con patologia narcisistica. In questo tipo di quadro clinico, sia gli uomini che le donne, possono mancare di qualsiasi scarica sessuale, sono incapaci di provare desiderio sessuale. La loro anamnesi è caratterizzata da eventi gravemente traumatici, abusi fisici, sessuali o da figure parentali inadeguate e lontane. Essi vivono fantasie primitive dominate da interazioni sadomasochistiche, dove la relazione si fonda sul potere giocato nel ruolo attivo-sadico, o passivo-masochistico.</div>
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<article class="uk-article" data-permalink="https://www.arpit.it/l-amore-difficile/">
<h3>I borderline e l’amore</h3>
<div>Kemberg distingue tra i borderline, un gruppo meno disturbato che può vivere l’eccitazione sessuale ed il desiderio erotico ma che ha serie difficoltà a mantenere una relazione stabile in quanto i meccanismi di scissione, dividono il mondo delle relazioni oggettuali interne ed esterne, in immagini idealizzate e immagini persecutorie. Le relazioni d’amore di questi pazienti, anche se fragili, possono comprendere il desiderio erotico, l’idealizzazione primitiva dell’oggetto d’amore. Il limite è dato dalla tendenza ad improvvise e radicali reazioni di delusione che trasformano l’oggetto idealizzato in persecutorio.</div>
<div> Questo tipo di pazienti dimostra come la piena capacità di eccitazione sessuale e di orgasmo unita ad un coinvolgimento passionale, non sia garanzia di maturità affettiva.</div>
<div>La scissione delle relazioni oggettuali tra forti idealizzazioni e persecutorietà, ha anche la funzione di negare l’aspetto aggressivo delle relazioni oggettuali interiorizzate e di proteggere la relazione idealizzata dalla contaminazione aggressiva.</div>
<div>I pazienti borderline mostrano un tipo primitivo di innamoramento, caratterizzato dall’idealizzazione irreale dell’oggetto d’amore che rimane misconosciuto.</div>
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<h3>Il narcisismo e le relazione affettive</h3>
<div>Molti pazienti con struttura narcisistica di personalità possono provare un coinvolgimento erotico e anche vagamente sentimentale, senza però avere la capacità di un profondo investimento emotivo, spesso non vivono l’innamoramento. I pazienti borderline pur ricercando attivamente i partner sessuali  perdono immediatamente interesse quando questi si rilevano disponibili. L’eccitazione sessuale è diretta verso una persona considerata attraente o apprezzabile dagli altri e che suscita una forte invidia fino a determinare la tendenza inconscia a svalutare e distruggere l’oggetto invidiato che, una volta conquistato, perde ogni potere di eccitazione sessuale. Del resto la fuga del paziente narcisista dagli oggetti sessuali conquistati, rappresenta anche l’estremo tentativo di difendere l’oggetto stesso dall’aggressività inconscia.</div>
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<h3>Riscontri neuronali</h3>
<div>La vicinanza anche neuronale, tra i sentimenti di amore e odio, è stata confermata da una scoperta frutto di una ricerca condotta da Semir Zeki dell’University College London, pubblicata sulla rivista Plos One nel mese di ottobre 2008, riportata sul quotidiano “La repubblica” (30\10\08 E. Francescini).</div>
<div>Attraverso l’osservazione del cervello tramite uno scanner, si è verificato in soggetti invitati ad osservare la foto di una persona amata e di un’altra odiata, si attivano reti neuronali quasi completamente sovrapponibili nell’area della sub-corteccia cerebrale.</div>
<div>Tuttavia, è stata individuata una differenza biologica fondamentale tra i sentimenti di odio e di amore, nel caso dell’odio rimane attiva gran parte della corteccia cerebrale associata alla capacità di giudizio, che risulta invece disattivata nel caso dell’amore. Questa differenza, coincide con l’osservazione della perdita di giudizio a favore dell’idealizzazione del partner amato, mentre nel caso dell’odio rimane attiva la funzione del giudizio e quindi l’attenzione alla realtà.</div>
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<article class="uk-article" data-permalink="https://www.arpit.it/l-amore-difficile/">
<h3>Differenza tra i borderline e gli altri gruppi clinici</h3>
<div>Ritornando alle patologie di personalità, Kemberg accanto ai borderline, distingue gli isterici con tratti masochistici anche questo gruppo di pazienti può incontrare importanti difficoltà nel vivere la coppia ma questa volta, per una profonda colpa edipica inconscia rispetto lo stabilire una relazione duratura e matura che rappresenta a livello inconscio, la soddisfazione edipica proibita. Questo tipo di persone sono in grado di stabilire importanti e durature relazioni, solo se non è coinvolta la sfera sessuale.</div>
<div>I pazienti nevrotici per i loro conflitti edipici, sono fondamentalmente inibiti, non impossibilitati come i narcisisti nella normale relazione d’ amore. Infatti i nevrotici hanno maturato la costanza dell’oggetto e una realistica capacità di valutazione di sé stessi e dell’altro.</div>
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<article class="uk-article" data-permalink="https://www.arpit.it/l-amore-difficile/">
<h3>La paura della passione</h3>
<div>Il comportamento amoroso delle principesse-tristi, può rientrare sia nella patologia narcisistica che in quella isterica, la differenza diagnostica dipende dalla costanza o meno dell’oggetto.</div>
<div>Comune è l’infelicità ma la sua causa  può avere un’origine molto diversa.</div>
<div>Le principesse-tristi narcisiste non riescono ad innamorarsi, spesso si rifugiano in sogni romantici, non provano eccitazione sessuale o desiderio erotico, anche la masturbazione può essere scarsa e poco soddisfacente. In questo gruppo possono rientrare anche le donne che ritardano molto l’inizio dei rapporti sessuali.</div>
<div>Le principesse-tristi che invece hanno raggiunto la costanza dell’oggetto, si innamorano, provano desiderio sessuale, ma quello che le allontana dalla realizzazione di una matura relazione sessuale, è la colpa edipica.</div>
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<div>Si tratta di donne che da bambine hanno avuto una troppo ambivalente relazione con la madre la quale non è stata in grado di tollerare la sessualità della figlia e successivamente il suo amore per il padre. Il normale cambiamento di oggetto della bambina dalla madre al padre, è inconsciamente distorto.</div>
<div>Tutto questo può aumentare la colpa inconscia rispetto all’intimità sessuale che accompagna il coinvolgimento affettivo con l’uomo, portando ad una relazione sadomasochistica.</div>
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<div>Le principesse-tristi, sono spesso rancorose hanno l’atteggiamento di chi si aspetta di essere risarcito da un danno, un torto subito.</div>
<div>Masud Khan, in un saggio associa l’isteria al risentimento,afferma che le bambine isteriche non hanno ricevuto un sufficiente sostegno dall’ambiente, hanno la costante sensazione che qualcosa sia stato loro negato e i loro desideri disconosciuti. L’esperienza infantile è stata carente, hanno vissuto una scissione tra sessualità e bisogni dell’Io corporeo. In età adulta , l’angoscia viene affrontata tramite la sessualità, da ciò dipende sia la promiscuità che l’inibizione sessuale. (Khan, 1983)</div>
<div>Paradossalmente, il successo sessuale equivale inconsciamente alla castrazione delle capacità dell’Io, arrendersi sessualmente all’oggetto implica il pericolo dell’annientamento dell’Io, da ciò il rifiuto dell’oggetto prima desiderato e cercato.</div>
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<div>Il pretesto del risentimento dell’isterico è che anche il nuovo oggetto d’ amore le ha deluse, poichè non le ha riconosciute nella loro autenticità.</div>
<div>Le principesse-triste cercano con il linguaggio sessuale, di ottenere una gratificazione affettiva, confondendo la lingua degli adulti con quella infantile, ossia sovrapponendo il linguaggio della tenerezza a quello della passione (Ferenczi,1933).</div>
<div>Magari si rifugiano nei sogni romantici ad occhi aperti che come scrive Bollas in “Isteria”, sostituiscono i contenuti erotici rimossi o dissociati , allontanano le tematiche sessuali per cercare di avvicinarsi ad un elevato ideale del sé, un po’ come avviene nella trama dei romanzi rosa o in modo più attuale, in molte storie delle fiction televisive.</div>
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<article class="uk-article" data-permalink="https://www.arpit.it/l-amore-difficile/">
<h3>Il prezzo della felicità</h3>
<div>Il primo passaggio per aiutare le principesse tristi è una diagnosi differenziale tra struttura di personalità prevalentemente narcisistica od isterica. Si tratta di pazienti molto diverse in quanto nel caso della patologia narcisistica, è proprio il riconoscimento di un oggetto intero separato e visto in modo realistico ad essere carente o distorto, invece la paziente nevrotica ha raggiunto la persistenza dell’oggetto, la difficoltà è legata alla colpa edipica.</div>
<div>Comune ai due gruppi clinici, è però una certa idea della femminilità e del ruolo della donna.</div>
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<div>Freud, nell’identificare le origini psichiche dell’isteria, è partito da una scoperta essenziale che non sempre viene evidenziata, ossia anche le donne, non solo gli uomini, hanno una libido che se non trova una via di soddisfazione nella realtà, si ritorce contro la persona che inizia a soffrire di sintomi che rappresentano il compromesso tra la libido stessa e la difesa. Freud, in modo originale, ha riconosciuto alle donne il diritto alla potenza aggressiva dell’energia sessuale a prescindere dalla maternità, riconoscendo alla donna un ruolo sessuale  pari a quello maschile separato dalla funzione materna.</div>
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<div>Come afferma la psicanalista francese Sophie Cadalen che si è occupata in più scritti della questione maschile e femminile, nonostante i contraccettivi e quindi il controllo delle nascite, la maternità a livello inconscio assicura ancora una normalità della femminilità, le donne occidentali seguitano a sentirsi in colpa per la sessualità e la femminilità.</div>
<div>Assumersi il ruolo di protagoniste delle proprie scelte sessuali, ne comporta  anche la responsabilità. Le principesse-tristi sono in attesa, anche se apparentemente attive, restano arroccate nella loro torre solitaria, è comunque il principe che le deve raggiungere e coinvolgere nell’ amore e nell’eros .</div>
<div>Se la conquista della felicità dipende da ognuno di noi, uomo e donna, essere felici può fare paura perché significa diventare protagonisti della propria vita. Non basta un principe qualsiasi ma serve che il nostro desiderio incontri, nella realtà, il desiderio dell’altro.</div>
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<div>Articolo pubblicato su la rivista “Mente e cervello” , gennaio 2009, N. 49</div>
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<div>ANTINORI MARIA GRAZIA</div>
<div>STUDIO P.ZZA ARMENIA 9 , ROMA</div>
<div>CELL  334 338 59 35</div>
<div><a href="http://www.arpit.it/">www.arpit.it</a></div>
<div></div>
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<div>Bibliografia</div>
<div>Antinori M.G. “Il segreto dalla libido all’incestualità<em>”</em>. gli argonaut 118, 2008:267-278.</div>
<div></div>
<div>Bollas C.(2000). <em>Isteria.Milano, 2001.</em> Raffaello Cortina editore.</div>
<div></div>
<div>Cadalen S. <em>LesSeuil, 2008.</em> <em>femmes de puovoir, des hommes, comme les autres.</em></div>
<div></div>
<div>Freud S.(1892-5). <em>Studi sull’isteria</em>. OSF. 1</div>
<div></div>
<div>Freud S.(1899)<em>L’interpretazione dei sogni.</em> OSF 3</div>
<div></div>
<div>Freud S.<em>Frammenti di un’analisi d’isteria</em> <em>(Caso clinico di Dora)</em>. OSF 4.</div>
<div></div>
<div>Ferenczi(1933) <em>Confusione di lingua tra adulti e il bambino</em>. Opere V.4 Raffaello Cortina Editore,1982.</div>
<div></div>
<div>Khan M. (1979) <em>Le figure della perversione</em>. Bollati Boringhieri, Torino,1982</div>
<div></div>
<div>Khan M.(1983) <em>I sé nascosti</em>. Bollati Boringhieri, Torino,1990</div>
<div></div>
<div>Portner M. “La mente orgasmica<em>”</em>. <em>Mente&amp;cervello</em> N. 46, 2008.</div>
<div></div>
<div> Kernberg (1995) <em>Relazioni d’amore</em>.Raffaello Cortina,Milano,1995</div>
<div></div>
<div> Racamier P.C. (1992) <em>Il genio delle origini. Raffael</em>lo Cortina, 1993</div>
<div></div>
<div>Racamier P.C .<em>Incesto ed incestuale</em>.Franco Angeli.Milano,1995</div>
</article>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il buco nero della vergogna, un paziente</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Oct 2019 15:21:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vergogna Gianni un ingegnere di trenta anni, chiede una psicoterapia per il profondo disagio che pervade la sua vita: si vergogna di se stesso e soprattutto della sua mascolinità, è convinto che “nessuna ragazza carina”, per citare una sua tipica espressione, potrà mai desiderarlo come maschio. Questa paura è una vera ossessione che invade [&#8230;]</p>
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<h4>La vergogna</h4>
<p>Gianni un ingegnere di trenta anni, chiede una psicoterapia per il profondo disagio che pervade la sua vita: si vergogna di se stesso e soprattutto della sua mascolinità, è convinto che “nessuna ragazza carina”, per citare una sua tipica espressione, potrà mai desiderarlo come maschio.</p>
<article class="uk-article" data-permalink="https://www.arpit.it/il-buco-nero-della-vergogna/">
<div>Questa paura è una vera ossessione che invade i pensieri, le fantasie e condiziona gli incontri con le donne e anche con gli uomini che sono sentiti come rivali pericolosi e potenti, certamente più virili e di successo di lui che si considera brutto, inadeguato, una sorta di “calimero-piccolo-e-nero”. E’ un uomo dal fisico possente, ma prova vergogna per il suo corpo che sente danneggiato ferito, repellente; è convinto che gli altri possano riconoscere con la vista   le ferite emotive    proiettate nelle mostruosità corporee.</div>
<div></div>
<h4><strong>Quando l’altro fa paura </strong></h4>
<div>E’ immerso nei paradossi: vorrebbe esserericonosciuto ma anche restare invisibile; si sente a disagio quando incontra il temibile sguardo che potrebbe smascherarlo e colpirlo come un fendente nella più segreta intimità, ma allo stesso tempo desidera essere accolto per non soffrire una cocente ed ingiusta esclusione.</div>
<div>L’emozione della vergogna in Gianni spesso si trasforma in rabbia, vissuti paranoici, fantasie ipocondriache, tutte difese per allontanare il momento dell’incontro con l’altro che può cogliere e smascherare la sua intimità danneggiata. Non ha il senso del tempo ogni attimo assume una dimensione intollerabile ed eterna, non ricorda le esperienze positive che sembrano perdersi come l’acqua in un colino. Il suo umore oscilla tra la rabbia che lo spinge a dare pugni nel muro, ad un senso di profonda prostrazione e passività.</div>
<div></div>
<div> Quando è relativamente sereno, non troppo oppresso dai suoi conflitti, dimostra intelligenza e competenza, qualità che gli permettono di realizzare successi lavorativi e sociali e anche di concretizzare e vivere relazioni con le ragazze, ma questi eventi positivi non lo rassicurano, hanno anzi l’effetto paradossale di aumentare i suoi timori ed attivare comportamenti di fuga e di evitamento.</div>
<h4>Il paradosso</h4>
<div>Un altro suo paradosso è quello di svalutare e togliere valore ad ogni esperienza soprattutto di natura affettiva e sessuale, poiché non si riconosce qualità apprezzabili, svaluta e denigra le donne che mostrano interesse ed attrazione verso di lui; trova in loro difetti e limiti fisici o psicologici, in sostanza è convinto che nessun altro uomo potrebbe desiderare le ragazze che lo scelgono.</div>
<div></div>
<div>Una passione di Gianni è la fotografia, stare nascosto dietro l’obiettivo lo fa sentire autorizzato ad osservare le persone e le situazioni dimostrando notevole sensibilità ed empatia, capacità che gli difettano nelle relazioni interpersonali, è troppo impegnato nelle sue fantasie e autosvalutazioni per accorgersi dell’altro.</div>
<h4></h4>
<h4><strong>Emozioni congelate</strong></h4>
<div>Come paziente, Gianni sembra completamente allo scuro dei suoi sentimenti ed emozioni, manca della capacità di sognare è drammaticamente ancorato ad una sorta di iper-realtà piatta senza ombre o prospettiva, immutabile e ripetitiva. Come scrive lo psicoanalista Ogden (2008) “una persona incapace di imparare dall’esperienza e di farne uso, è imprigionata in una condizione infernale di un mondo infinito ed immutevole”.</div>
<div>Molto lentamente, nel corso della psicoterapia psicodinamica, Gianni arriva a riconoscere ed ammettere la sua paura per le donne, è questo terrore soprattutto di fronte ad una ragazza seducente, che lo porta ad assumere atteggiamenti di ritiro: non sono le donne a sfuggirlo, ma è lui che per la paura dell’incontro sabota la possibilità di successo. La sessualità è il campo di battaglia di Gianni, ma il suo problema non è il sesso ma piuttosto un grave difetto d’identità.</div>
<h4>La relazione con la madre</h4>
<div>E’ profonda e ripetuta la traumatica squalifica narcisistica che il piccolo Gianni ha subito nell’infanzia nella relazione con una madre troppo occupata a curare un marito a lungo e gravemente depresso; tanto che oggi Gianni da adulto mantiene un copione d’esclusione e d’isolamento affettivo. E’ come se il ripetersi di traumi cumulativi piuttosto che acuti (M. Khan), ha congelato l’emotività e le capacità affettive, il tempo si è fermato sulla rappresentazione di un’unica scena, esattamente quella in cui è mancato il riconoscimento materno, la sua frase tipica ”nessuna ragazza carina mi vorrà mai” si può tradurre in: “come mia madre non mi ha amato, così nessuna altra donna di valore potrà mai amarmi”. La spiegazione del disinvestimento materno è cercata nella propria inadeguatezza: “Mia madre nel passato, come le donne di oggi, non mi desiderano perché sono piccolo e repellente rispettino gli altri uomini, così come durante l’infanzia non sono stato all’altezza di mio padre “.</div>
<div></div>
<h4></h4>
<h4><strong>La squalifica narcisistica</strong></h4>
<div>La cocente vergogna provata da Gianni, sembra essere la conseguenza di una prolungata disconferma narcisistica che ha minato e reso fragile quella che lo psicanalista Racamier definisce “l’Idea dell’Io”, eredità del “lutto originario”, ossia il processo psichico fondamentale per il quale l’Io rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta, riconosce le sue origini. “L’incestualità” una condizione molto diffusa nelle famiglie, è un clima, un registro della vita interiore, una condizione d’incesto morale, in cui il genitore, spesso la madre, fa una proiezione narcisistica invasiva sul bambino che si trasforma in “oggetto incestuale”, oggetto-feticcio a cui è proibito avere desideri propri e soprattutto gli è negato il valore narcisistico. Si tratta di una squalifica, di un discredito portato al valore intrinseco delle capacità e delle realizzazioni di un individuo, una profonda ferita narcisistica che fa vivere nella paura e nella vergogna. L’incestato è squalificato nella sua elaborazione fantasmatica personale, nella capacità di desiderio, nell’integrità dell’Io, nel narcisismo, nel corpo e nella psiche.</div>
<h4>L&#8217;oggetto incestuato</h4>
<div>L’oggetto incestuato, incarna un ideale assoluto, concentra tutti i poteri è investito come un idolo che illumina l’idolatra ma allo stesso tempo e questo è il paradosso, è deprivato d’ogni valore e riconoscimento personale. L’associazione di Racamier della squalifica narcisistica all’emozione della vergogna, propone una spiegazione della vergogna patologica alla luce della perversione narcisistica sia dal versante di chi subisce la squalifica, che da quello che la infligge. Il portatore di vergogna, non potrà mai essere all’altezza della sua funzione d’idolo in quando n’è solo un simulacro, uno specchio riflettente del narcisismo altrui. Non ha possibilità di successo, quando scopre l’imbroglio si copre di vergogna e si riempie di rabbia, non potrà mai avvicinarsi all’Ideale dell’Io proiettato dai genitori, inoltre si sentirà in colpa per il suo fallimento.</div>
<div></div>
<h4></h4>
<h4><strong>Imparare il senso del limite</strong></h4>
<div>Gianni si vergogna di non essere stato amato, è convinto che questo derivi da suoi presunti gravissimi difetti. Il distorto ed intermittente investimento narcisistico materno determinato anche da aventi e necessità esterne, hanno causato un’importante deprivazione: gli sono mancate la giusta tenerezza e la coerenza materna, ingredienti necessari allo sviluppo della sicurezza e fiducia di base. Egli si sente inadeguato rispetto ad un Ideale dell’Io irraggiungibile che attribuisce in maniera irreale, agli altri uomini.</div>
<div> E’ danneggiata la sua identità, l’Idea dell’Io, egli convive con una sorta di buco nero che assorbe le sue migliori energie e che lo rende avido e insoddisfatto, è proprio l’elaborazione del lutto originario che gli può consentire di tollerare la perdita dell’oggetto senza rischiare di smarrire anche il senso e la continuità del Sè (Racalbuto).</div>
<div></div>
<div>Il paziente Gianni ha ripetuto a lungo il tormentone: “nessuna-ragazza-carina-mi-vorrà-mai” insieme ad un quasi nulla disponibilità ad ascoltare parole nuove, questo ha richiesto alla terapeuta una paziente e fiduciosa accoglienza e discernimento d’ogni sfumatura e diversità nell’apparente inscalfibile ripetizione dei contenuti. Lentamente, l’attenzione è stata spostata alla storia, ai vissuti, ai desideri, ai comportamenti ambivalenti del paziente.</div>
<h4>La scoperta dell&#8217;esistenza dell&#8217;altro</h4>
<div> La scoperta dell’esistenza dell’altro così come l’intuizione di uno spazio interiore, sono emerse da una sorta di nebbia fatta d’angoscia e paura. Progressivamente sono migliorate le relazioni interpersonali, ma soprattutto la generica categoria “donne”, si è differenziata per nome, identità, caratteristiche personali e psicologiche, modalità d’incontro, motivazioni ecc.</div>
<div>In questa fase della psicoterapia, la sessualità inizialmente solo immaginata, ha assunto forme e modalità soddisfacenti anche se non ancora pienamente integrate: il paziente riesce ad avere una buona relazione affettiva e sessuale con la sua attuale fidanzata ma seguita a sentirsi frustrato per non aver realizzato il perfetto incontro con “una-vera-ragazza-carina”. In realtà quello che il paziente sta ancora maturando, è un’immagine di sé sufficientemente integrata e adulta per poter comprendere la possibilità di tollerare il senso del limite e quindi poter apprezzare le sue realizzazioni e successi.</div>
<div></div>
<div>Persone come Gianni sono sofferenti per essere stati sottoposti ad un dominio, asservite al narcisismo altrui hanno provato angoscia e depressione, per questo è fondamentale ricostruire e scoprire la propria persona attraverso una rigenerazione narcisistica ed il supporto di un involucro qualificante. Il processo terapeutico, spesso lungo e complesso, secondo Racamier, deve lavorare attorno al nocciolo della riqualificazione, rendere possibile i piaceri libidici e dell’Io, elaborare la vergogna mai digerita, il lutto non fatto, tutti prerequisiti per rendere possibile la condizione di sentirsi solo un uomo, ma un uomo tra gli uomini.</div>
<div></div>
<div><strong>Antinori Maria Grazia</strong></div>
<div><strong>P.zza Armenia 9  Roma</strong></div>
<div><strong>cell. 334 338 58 35</strong></div>
<div><a href="http://www.arpit.it/">www.arpit.it</a></div>
<div></div>
<div><strong>Articolo pubblicato sulla rivista Mente e cervello, settembre 2010, N. 69.</strong></div>
<div></div>
<div> Bibliografia</div>
<div>Ogden T. H. L’arte della psicoanalisi. Raffaello Cortina Editore, 2008.</div>
<div>Khan M.(1983)I sé nascosti. Torino: Boringhieri, 1987.</div>
<div>Racamier P.C. Il genio delle origini. Milano: Raffaello Cortina,1993.</div>
<div>Racamier P.C. (1995).Incesto e incestuale. Milano: Franco Angeli, 2003.</div>
<div>Racalbuto A. Tra il fare e il dire. Raffaello Cortina Editore, 1994</div>
<div></div>
</article>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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</div>
<p><span id="more-6191"></span></p>
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		<title>La psicoterapia psicodinamica, una bussola preziosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2019 08:56:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia psicodinamica]]></category>
		<category><![CDATA[una bussola preziosa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La psicoterapia psicodinamica, una bussola preziosa Molti pazienti in psicoterapia si rassomigliano tra loro per alcuni tratti quali la confusione, il senso di smarrimento, la scarsa consapevolezza di sé. I ruoli, le differenze generazionali, i limiti della realtà, lo scorrere del tempo sono aspetti spesso misconosciuti e negati,  le differenze annullate. Questa modalità che potrebbe sembrare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La psicoterapia psicodinamica, una bussola preziosa</strong></p>
<p><sub>Molti pazienti in psicoterapia si rassomigliano tra loro per alcuni tratti quali la confusione, il senso di smarrimento, la scarsa consapevolezza di sé. </sub><sub>I ruoli, le differenze generazionali, i limiti della realtà, lo scorrere del tempo sono aspetti spesso misconosciuti e negati,  le differenze annullate. Questa modalità che potrebbe sembrare una conquista positiva di libertà e di emancipazione, si rivela  invece una fonte di grande ansia e di paralisi creativa.</sub></p>
<h4><strong><sub>La fatica  di scegliere</sub></strong></h4>
<p><sub>Posti davanti alla possibilità apparentemente infinita di scelta, in molti non sono in grado affrontare la complessità, poiché prendere una particolare direzione, presuppone l’accettazione dei limiti e la rinuncia a qualcosa per ottenere altro.</sub></p>
<p><sub>Essere  di fronte ad un bivio può diventare  difficile da sopportare  fino a condurre a rifugiarsi in una sorta di paralisi vitale. Molte persone si considerano malate o in difficoltà perché credono di non poter realizzare i propri obiettivi, ma il problema è nella stessa definizione delle mete da raggiungere, magari queste sono troppo elevate o lontane dalla realtà che invece deve necessariamente tener conto delle effettive potenzialità, fase di vita e opportunità ambientali.</sub></p>
<p><sub> In altri termini molti pazienti sono malati di eccesso o  di  distorsione del  desiderio che li porta ad essere scontenti, rancorosi e soprattutto ciechi rispetto  alle effettive e realizzabili potenzialità, non vivono il tempo presente ma piuttosto appaiono rinchiusi  in una sorta di bolla temporale nella  quale  seguitano a sperimentare l’infelicità, l’abbandono, il trauma come da bambini quando hanno sofferto per l’incuria  o i limiti delle figure accudenti.</sub></p>
<p><sub>Il processo personale di maturazione e di crescita sembra diventato particolarmente difficile anche per la perdita di riferimenti culturali, sociali, familiari ed affettivi. Il sistema familiare non sempre si poggia sulla presenza di genitori abbastanza adulti da non confondersi con i bisogni e desideri dei loro stessi figli. I ragazzi, del resto,  fuori dalla famiglia trovano con difficoltà maestri ed insegnanti disposti ad aiutarli a maturare un’educazione emotiva e sentimentale.</sub></p>
<h4><strong><sub>Analfabetismo emotivo</sub></strong></h4>
<p><sub>La conseguenza è che molte persone soffrono di una sorta di  analfabetismo emotivo, ossia non hanno imparato a riconoscere le proprie ed altrui emozioni, a definire uno spazio privato che consenta  di entrare in rapporto con l’altro senza confonderlo con se stessi. </sub></p>
<p><sub>Per difesa diventano aggressivi o evitano ogni forma di contatto e di legame che è vissuto come pericoloso e limitante di una pseudo libertà che, in realtà, è l’espressione di un vuoto interiore, dove l’agire impulsivo prende il posto della parola e del pensiero.</sub></p>
<p><sub>Le frustrazioni e le difficoltà sono sempre meno tollerate ed affrontate, la soluzione migliore sembra diventare quella di abbandonare tutto, con la falsa illusione di ricominciare in un altro luogo, con altre persone. L’illusione è mantenuta in quanto il protagonista non impara dai propri errori che non si cura di  osservare o di riconosce e quindi ripete incessantemente sempre nello stesso copione disfunzionale.</sub></p>
<h4><strong><sub>Gli attacchi di panico</sub></strong></h4>
<p><sub>Gli attacchi di panico, lo stato d’ansia generalizzato, sembrano sintomi quasi endemici per la loro diffusione in tutte le fasce d’età, in un certo senso è proprio il tipo di sintomo che traduce in modo simbolico il senso di smarrimento e la perdita dei punti di riferimento.</sub></p>
<p><sub> Chi soffre di attacchi di panico o di forti ansie cerca di trovare delle pseudo certezze in particolari esterni, evitando magari certe situazioni o luoghi e sperando così di non vivere quel senso di angoscia profonda, la paura di morire che si prova in uno stato acuto di ansia.</sub></p>
<p><sub>La magia, naturalmente, fallisce e comunque il paziente è sempre alla ricerca di altri contenitori sempre deludenti considerando che l’ansia non dipende da fattori esterni, ma piuttosto da conflitti interni ed è quindi autogenerata. Si tratta di persone che non riescono a maturare un processo evolutivo che li porti a definirsi come esseri dotati di una propria individualità e quindi con delle potenzialità e dei limiti.</sub></p>
<p><sub>Non è  tollerato  che il legame affettivo sia a doppio senso, ossia che  si riceva ma che si debba anche rispondere a delle richieste, Non si tollerano i d rischi  e le responsabilità, si vorrebbe restare nel guscio dell’infanzia o al massimo dell’adolescenza  per  mantenere l’illusione che tutto è possibile, illusorietà dell’infinito onnipotente.</sub></p>
<h4><strong><sub>La psicoterapia psicodinamica</sub></strong></h4>
<p><sub>La psicoterapia psicodinamica è un prezioso contenitore che accoglie pienamente le necessità di questo tipo di paziente che, a prescindere dai sintomi, ha soprattutto bisogno di essere accolto e valorizzato.  Sono persone che non sanno ascoltarsi e dare ascolto ai propri bisogni e desideri e allo stesso tempo, come i bambini della prima infanzia, immaginano di aver diritto alla massima felicità ma nono sono  capaci di vicinanza empatica con l’altro.</sub></p>
<p><sub>Per iniziare  una psicoterapia psicodinamica è necessario costruire un linguaggio affettivo che prepari all’uso della parola emotiva, che non spaventi troppo  persone che, anche se adulte, non conoscono nulla di sé e delle proprie emozioni e soprattutto non sono capaci di forme anche elementari di rapporto affettivo con l’altro, sono spaventate dalla vicinanza che considerano pericolosa e che tendono a negare o ad aggredire ma al contempo ne sentono  profondamente la mancanza.</sub></p>
<h4><strong><sub>Un ambiente sicuro</sub></strong></h4>
<p><sub>Al terapeuta è richiesta una grande attenzione al linguaggio, al gioco del transfert e del controtransfert che sembra essere l’unica modalità per avvicinare un paziente in così grande difficoltà. Quando riesce a trovare il coraggio di rivolgersi ad uno psicoterapeuta, è molto importante che sia accolto al meglio in un ambiente protetto ed accogliente  che gli dia il tempo di poter accedere finalmente ad una relazione affettiva sana e significativa.</sub></p>
<p><sub>Maria Grazia Antinori </sub></p>
<p><sub>Psicoterapeuta, Roma</sub></p>
<p><sub>cell. 334 3385835</sub></p>
<p><sub> email </sub><a href="mailto:antinorimariagrazia@virgilio.it"><sub>antinorimariagrazia@virgilio.it</sub></a></p>
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		<title>L&#8217;analista cuoco di parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2019 15:48:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia psicodinamica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’analista o lo psicoterapeuta ad indirizzo psicodinamico potrebbero essere accostati alla figura del bravo cuoco  che deve offrire del buon cibo analitico al suo paziente, nutrimento confezionato secondo i bisogni speciali di ogni persona. Lo chef per accontentare il suo cliente gli  offre del  cibo autentico, non si può sfamare qualcuno solo parlando degli ingredienti [&#8230;]</p>
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<p><img decoding="async" loading="lazy" class="alignnone wp-image-1207 size-full" title="l'analista cuoco" src="http://www.arpit.it/wp-content/uploads/cuoco.jpg" alt="l'analista cuoco" width="203" height="256" /></p>
<p>L’analista o lo psicoterapeuta ad indirizzo psicodinamico potrebbero essere accostati alla figura del bravo cuoco  che deve offrire del buon cibo analitico al suo paziente, nutrimento confezionato secondo i bisogni speciali di ogni persona.</p>
<p>Lo chef per accontentare il suo cliente gli  offre del  cibo autentico, non si può sfamare qualcuno solo parlando degli ingredienti o della ricetta, così anche il terapeuta deve proporre dell’autentico cibo affettivo nel piatto della relazione.</p>
<p>Questa autenticità affettiva è essenziale soprattutto per quelle persone che hanno sofferto di importanti carenze nell’accudimento e   per quegli  adulti  che non sono in grado di comprendere e distinguere chiaramente i propri bisogni.   Sono persone che   non sanno  riconoscere la sensazione della fame e non hanno quindi  gli strumenti mentali di base. Il compito del terapeuta è quello di offrire del cibo per lo sviluppo della mente, espletando tutte le funzioni di ascolto, di accoglienza, di risposta coerente e di ricordo che sono mancate alla persona deprivata nelle prime fasi della crescita.</p>
<h4><strong>Il cuoco-analista che segue le ricette o il senso della cucina</strong></h4>
<p>Secondo lo psicanalista Antonino Ferro, vi sono due modi di essere analisti che possono essere confrontate con i cuochi: ci sono quelli che seguono attentamente le ricette e altri che invece sono fedeli al senso della cucina, ai principi, ma non sempre  alle ricette stesse e quindi alle regole.</p>
<p>L’atteggiamento che privilegia i principi piuttosto che le regole, rende ogni incontro terapeutico unico ed irripetibile: il paziente e il terapeuta, insieme formano un campo, condividono un’esperienza, in cui accadano eventi nuovi per entrambi anche se ovviamente i ruoli sono asimmetrici in quanto il compito e responsabilità del terapeuta è quello di sostenere ed aiutare il paziente a stare meglio.</p>
<p>Tutto quello che il paziente dice, il racconto, il contenuto manifesto, è significativo ed importante, ma va comunque riportato alla relazione, ossia al qui ed ora dell’incontro analitico, è il campo che rende significativo il contenuto.</p>
<h4>Il paziente esperto del suo problema</h4>
<p>Il terapeuta che segue la ricetta o una specifica teoria o aspettativa, rischia di diventare riduttivo e troppo difeso e, soprattutto, potrebbe non essere in grado di accogliere gli insegnamenti del suo più importante maestro che è poi il paziente stesso, il vero esperto del suo problema.</p>
<p>E’ per questo che è essenziale che l’analista ascolti il paziente con particolare attenzione alla risposta ad ogni intervento terapeutico è il paziente stesso, se adeguatamente valorizzato, ad indicare continuamente come è necessario parlargli per raggiungerlo.</p>
<h4><strong>Il racconto come sogno</strong></h4>
<p>La seduta di analisi quando è creativa, diventa una sorta di sogno comune, al punto che il paziente potrebbe iniziare ogni comunicazione con la premessa: “ho fatto un sogno in cui…” a cui segue il racconto che può riguardare un qualsiasi aspetto della sua vita, anche molto concreto e reale come una malattia, un sintomo, un problema relazionale, di lavoro o d’amore, contenuti che pur accolti e valutati, sono comunque letti ed interpretati nel campo analitico.</p>
<p>La psicoterapia psicodinamica, la psicoanalisi, in questa ottica, non guardano solo al passato, alla storia, ai traumi, ma piuttosto puntano l’attenzione al presente, al futuro, ossia agli aspetti nuovi che si potranno sviluppare, e soprattutto tendono a rafforzare e spesso a creare, nuovi strumenti per pensare, per riconoscere e contenere le emozioni che se eccessive e non elaborate, sono misconosciute, proiettate, negate e possono facilmente trasformarsi in sintomi che disturbano profondamente la persona che ne soffre.</p>
<p>Ferro riprendendo Ogden, afferma che il lavoro dello psicoanalista consiste nel sognare, cioè nel trasformare le percezioni sensoriali che continuamente investono ognuno di noi in ogni momento della vita, in immagini dette pittogrammi, che permettono di elaborare e di contenere i vissuti emotivi: “Ne deriva che anche l’analisi ha come fine di sviluppare nel paziente la capacità di “generare immagini” di creare sogni da quelle forme di pensiero concreto che sono i sintomi” (Ferro, Civitarese, 2015).</p>
<p>Bibliofrafia</p>
<p>Ferro A. Le viscere della mente. Raffaello Cortina Editore, 2014</p>
<p>Ferro A. Tecnica e creatività. Raffaello Cortina Editore, 2006</p>
<p>Ferro A. Evitare le emozioni, vivere le emozioni. Raffaello Cortina Editore, 2007</p>
<p>Ferro A. G. Civitarese Il campo analitico e le sue trasformazioni. Raffaello Cortina Editore, 2015</p>
<p><span class="text_exposed_show">Dott.ssa Maria Grazia Antinori Psicoterapeuta</span></p>
<p><span class="text_exposed_show">Roma (RM)  P.zza Armenia 9 cell 334 338 58 35</span></p>
<div><span class="text_exposed_show"><a class="moz-txt-link-abbreviated" href="mailto:antinorimariagrazia@virgilio.it">antinorimariagrazia@virgilio.it</a></span></div>
<div>www.psicoterapeuta-antinori.it</div>
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